Non tutto (il linguaggio) è perduto.

Promessa

Il linguaggio comune. Le parole e le immagini. Cosa ascoltiamo e cosa vediamo. E un oggetto tra tanti: un tubo catodico.

Il linguaggio (non) perduto. Le parole e le immagini. Cosa leggiamo e cosa guardiamo. E un libro tra tanti: un mazzo di carte.

Così come è evidente che il genere umano e il linguaggio nascono dallo stesso corpo evolutivo è altrettanto lampante come oggi il linguaggio abbia valenze nella nostra vita quotidiana molto diverse. La direzione della comunicazione può vederci passivi destinatari di un flusso di informazioni modulate con parole e immagini o al contrario può vederci autori attivi di testi e composizioni. Questa fondamentale distinzione è affiancata dall’arbitrio e responsabilità del senso che attribuiamo consapevolmente ai segni che leggiamo. Per le due forme di linguaggio che chiamiamo comune e (non) perduto scegliamo due oggetti di riferimento: la televisione e un mazzo di carte. Portando l’attenzione sul mazzo di Arcani Maggiori ne riconosciamo la derivazione da un linguaggio non verbale che appartiene all’umanità come vi appartiene l’arte e il linguaggio simbolico. Se il linguaggio artistico e simbolico sembra relegato per lo più in nicchie sociali e culturali o addirittura all’inconscio, la lettura degli Arcani Maggiori risveglia l’uso di un linguaggio (non) perduto di portata imprevedibile.

Se dovessimo pensare alla portata e all’ampiezza di una digressione che voglia assumere il linguaggio come argomento dovremmo figurarci un grande fiume, uno tra i più grandi, un fiume tra quelli che nelle scuole di primo grado tutti gli studenti sanno elencare tra i maggiori del nostro pianeta. E il linguaggio sarebbe ancora inafferrato dalla metafora perché esso corre nel tempo fin dalla giovinezza della vita, fin da quando comparve l’equivalenza tra segno e significato nell’incontro tra emettitore e recettore. Affascinante. Arduo.

La scala è troppo grande, proviamo a diminuire il campo. Tutto è linguaggio o, detto in modo diverso: Tutto nasce dal discorso. Usiamo parole e usiamo immagini e con queste possiamo ricondurre (e tradurre) tutto il mondo nella nostra mente, (con il linguaggio possediamo il mondo), la mente interpreta il mondo con parole e immagini e noi ci proiettiamo nel futuro dei nostri progetti, (quotidiani e di vita), che redigiamo con parole e immagini. Siamo, noi e il mondo, indistricabili dal linguaggio che ci è letteralmente (appunto) madre e padre.

Il mondo là fuori (intendo là fuori dalla nostra mente) sembra avere una propria voce fatta di parole e immagini. La voce di nostra madre che ci culla, la voce del telegiornale che trasmette le notizie, il chiacchiericcio di un mercato rionale affollato, le parole a mezza voce in una sala di aspetto. Assorbiamo linguaggio ad ogni passo, in ogni occasione. Anche il mondo qui dentro (intendo dentro la nostra testa) sembra avere una propria voce, una voce che è la mia voce: le parole e le immagini che uso per parlare a me stesso, che uso per attingere alla (mia) memoria, che uso per pensare al mio futuro.

Siamo recettori, siamo antenne in ricezione costante di immagini e parole e abbiamo inventato nel corso della nostra esistenza (e con nostra intendo la storia dell’umanità) dispositivi in grado di riprodurre immagini e parole. Lascaux: le pitture rupestri, Gutemberg e Manuzio: la stampa e l’editoria tascabile, poi le antenne radio, i tubi catodici, internet a disposizione di tutti in un dispositivo tascabile. Fermiamoci al tubo catodico e prendiamolo come oggetto di riferimento per un intero mondo che comunica con se stesso, in un momento della nostra storia nel quale le trasmissioni televisive non si fermano mai, non entrano mai in pausa: il flusso del linguaggio, (nella direzione dal dispositivo a noi), è ininterrotto, tutti i giorni, tutto il giorno, costante, perenne. Potremmo anche non prestare attenzione e infatti spesso non lo facciamo: in alcuni ambiti il flusso del linguaggio trasportato dal tubo catodico, (so che non ne esistono più se non nei negozi di modernariato ma seguitemi nella metafora), rimane nello sfondo di una cucina o di un salotto, come un altro commensale dalla conversazione un po’ banale o un altro oggetto di arredo da spolverare. Quotidiano e prevedibile. Il livello di attenzione (e partecipazione) si è via via abbassato da un tempo misurabile in minuti ad un intervallo misurabile in secondi. E nonostante questo il nostro mondo è pervaso dalle parole e dalle immagini immerso in una sfera di comunicazione e linguaggio che tutto comprende, a cui niente sfugge.

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Cambio di obiettivo. Apriamo un libro. Siamo immersi tra le sue pagine intenti nella lettura (o scrittura). Siamo ancora immersi nel nostro linguaggio, (nostro ovvero comune all’autore e al lettore). Con le stesse parole con le quali il mezzo busto alle ore 20:00 ci mette a parte delle notizie di attualità noi possiamo scrivere una lettera ad un amico lontano, possiamo scrivere una lettera d’amore, possiamo mandare un messaggio di testo, possiamo appuntare la lista della spesa e scrivere un romanzo. Le parole e le immagini che impieghiamo nella scrittura e che raccogliamo nella lettura sono parole e immagini dalle quali non possiamo districare il senso: esse rimangono cioè in uno spazio di significato elevato, denso, che confina con il nostro spazio emotivo e forse anche con altro. Questo flusso di comunicazione, per il quale la soglia di attenzione si alza dai pochi secondi ai molti minuti, ha una direzione che va da noi al dispositivo. Pensate al tempo e all’attenzione che occorrono per scrivere una lettera. Grande attenzione, tempo lungo e il dispositivo (la carta) riceve le parole. La soglia di attenzione alta e il tempo lungo nel quale esperirla conferiscono il senso alle parole. Immaginiamo infatti di ricevere e leggere una lettera invece che scriverla. Il flusso è ancora da noi che leggiamo verso il dispositivo, la lettera, perché siamo ancora noi che diamo il senso alle parole scritte (magia!). 

Quindi in un mondo immerso nel linguaggio di parole e immagini è il senso la variabile che possiamo governare: siamo antenne riceventi sempre connesse per parole e immagini ma siamo noi a dare (consapevolmente) il senso a ciò che riceviamo (altra magia! o è la stessa di prima?).

Sediamoci di fronte a un quadro e guardiamo. Possiamo osservare la sua struttura, i segni da cui è formato, i colori che muovono la sua superficie sotto luci e ombre, possiamo notare le proporzioni, il bilanciamento, estrapolare i simboli, le figure allegoriche. Possiamo leggere il quadro anche se non è “scritto” con parole. L’umanità ha un’esperienza millenaria di espressione attraverso l’arte, attraverso la pittura, la scultura e l’architettura. Questi sono grandi biblioteche di senso che l’umanità ha restituito per millenni al mondo e a se stessa e grazie alla capacità innata di dare senso ad ogni segno tracciato possiamo senz’altro affermare, senza timore di smentita, che possediamo il linguaggio simbolico. È una capacità quella di fare e interpretare arte il più delle volte misconosciuta. La perdita di rilevanza di tale capacità è tanto maggiore quanto più elevato è il volume del rumore comunicativo (il flusso che a noi arriva dal dispositivo) dal quale ci facciamo circondare. Eppure il ritmo sonno/veglia ci ricorda costantemente la nostra appartenenza ad un mondo governato sì (nelle ore diurne) dal linguaggio ma abitato (nelle ore notturne) dai simboli. Sfogliare idealmente il catalogo delle espressioni artistiche, dalle pitture rupestri ai fregi di Fidia, dal periodo Blu di Picasso alla Street Art accompagna a comprendere come l’arte sia il linguaggio più antico e complesso ed efficacie che l’umanità abbia mai creato. Sappiamo usarlo? Certamente sì.

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Apriamo dunque un catalogo. Vi propongo un mazzo di Tarocchi. Siete perplessi?

Prima di tutto chiamiamo Arcani Maggiori le lame (sì, lame), o comunemente carte, che nella tradizione cortese e signorile del XV secolo raffigurano allegorie, trionfi, onori e che sono giunte fino a noi grazie alla permanenza di uso, conservazione e restauro delle loro figure e simboli e significati che pur hanno attraversato paesi e culture diverse. Gli Arcani hanno valicato i confini di classi sociali: dalla nobiltà cortigiana al popolo e da questo verso lo studioso ermetico, hanno assunto e perduto significati nuovi e antichi: alchimia, gematria, astrologia. Il grande risultato che abbiamo tra le nostre mani è un libro di 22 lame che raffigurano 22 tappe di un viaggio dell’umanità nel suo attraversare stati diversi.

Ogni carta, ogni Arcano, porta un cartiglio superiore con un’indicazione numerale, (con la notevole eccezione della prima lama senza numero), così come ogni carta o Arcano porta un cartiglio inferiore con l’indicazione del nome, (con la notevole eccezione dell’arcano XIII che rimane senza nome). Sarebbero sufficienti queste due posizioni topologiche, in alto e in basso, per trascorrere interi pomeriggi interpretativi sui valori numerali e sui significati dei numeri, romani, e dei nomi, (stiamo parlando di carte Marsigliesi), scanditi in uno strano francese.

Un altro aspetto rilevante delle figure sono i colori. I primi mazzi di carte a noi noti  sono finemente decorati, sfumati, dettagliati come miniature rinascimentali. Quando i mazzi di carte migrano dalle corti verso una diffusione più popolare, e in forza della necessità della stampa di molti esemplari che subentra alla manifattura di pezzi artistici unici, i colori e le forme giocoforza si semplificano, le carte perdono le sfumature in favore di una evidenza della cromia più simbolica. Risaltano i tre colori primari giallo rosso e blu, (guardiamo al periodo maturo di Piet Mondrian), affiancati dai tre secondari arancione, verde e viola, i toni chiari del rosa, verde chiaro e blu chiaro, e infine rimangono il bianco e il nero. I nostri occhi percepiscono i colori e la nostra mente produce senso per ciascuno e questo senso si articola in una grammatica quando colori e forme si bilanciano e si dispongono sulle figure con un evidente principio indipendente e autonomo dalla plasticità che ci aspetteremmo da un realistico ritratto dipinto.

Le figure e lo sfondo che si contendono il primo piano delle lame sono tracciati con linee nere piuttosto nette, alcune aree sono campite con un tratteggio che in alcuni punti assume quasi sembianza di tratti di scrittura, le linee curve si incrociano con linee rette e formano simboli elementari (anelli, croci, corone dentate, lune) e questi si uniscono in combinazioni (molecolari) di significati più complesse (compasso, vela, occhio, lingua, scintilla), sempre senza l’uso di parole. 

Senza dover arrivare alla enunciazione delle figure allegoriche di Virtù e Dignità che popolano le 22 carte, di Astri e Angeli, in una parola di Archetipi, rimanendo a questo livello di interpretazione degli Arcani, potremmo comunque dare corso ad uno studio del linguaggio formale, cromatico e numerologico che apporterebbe molto del significato che ciascuna lama raccoglie.

Abbiamo aperto un libro senza parole e abbiamo scoperto di poterlo leggere. Non arriviamo a dire che questa forma di linguaggio è di uso (diurno) comune, non lo è. Tuttavia conserviamo la conoscenza per poter usare una tavolozza di colori con un senso proprio. Tuttavia sappiamo usare i numeri non per sole operazioni matematiche ma come cardini di un ritmo, di una processione. Gli Arcani Maggiori sono quindi un libro che richiede quello sforzo e quella disposizione necessari per cercare dentro di noi la capacità di leggerlo. Prima ancora di essere una disposizione narrativa di figure è quindi un sillabario per una lingua che usiamo solo inconsciamente.

Ecco. Immaginate di padroneggiare una lingua antichissima, primordiale, ma solo in uno stato di incoscienza. Immaginate l’emozione che potreste provare raggiungendone finalmente la grammatica, (e la poetica), da svegli.

Buono studio.

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